Dieci anni di lotta allo
"squalo di fiume" Siluri e
inquinamento, i mali principali dei fiumi
lodigiani
Dieci
anni di caccia al siluro illustrata con diapositive da Mario
Narducci, segretario della sezione di Lodi dello Spinning club
Italia. Un decennio durante il quale quella che sembrava una
presenza saltuaria si è diffusa fino a diventare un'ombra che
si aggira per canali e fiumi settentrionali, attanagliando
sempre di più le acque lodigiane. Una presenza minacciosa,
secondo i pescatori dello Spinning Club Italia, capace di
azzerare le specie autoctone. Niente affatto minacciosa,
secondo Yuri Grisendi, pescatore di Reggio Emilia e fondatore
di un sito Internet in difesa del siluro, a suo avviso assurto
a capro espiatorio di tutti i mali delle acque italiane.
Due posizione neanche tanto distanti: giovedì sera le due
"scuole di pensiero" si sono fronteggiate durante l'incontro
organizzato dallo Spinning Club. Senza attriti particolari:
sia i pescatori lodigiani che i difensori del siluro (che
hanno ammesso di non disdegnare di cucinarsene qualcuno ogni
tanto) concordano sui veri, grandi mali che affliggono la
pesca. Affollamento di specie straniere (fenomeno di cui il
siluro rappresenta l'involontaria punta dell'iceberg),
rasatura meccanica della vegetazione di riva dei canali e,
soprattutto, l'inquinamento: «Nei fiumi spagnoli si pescano
siluri enormi ma anche cavedani e altri pesci a volontà - ha
commentato Grisendi - . Perché? Perché lì l'acqua è tanto
pulita che si può usare per fare il caffè». A raccontare la
lenta, implacabile colonizzazione sono intervenuti anche Fabio
Capecchi, segretario della sezione Brianza, e il piacentino
Roberto Peveri, il primo a organizzare un raduno di pesca al
siluro. Colonizzazione che si ramifica, risalendo il corso
del Po: «Ormai li danno a Torino, ad Alessandria ci sono già -
conferma Cesare Lorandi, socio fondatore dello Spinning Club
-. Arrivano dai paesi dell'Est, sono abituati alle basse
temperature e se trovano buche si stabiliscono e si
riproducono». Beffa del destino: negli anni Settanta, con
fabbriche e concerie che intasavano il Po di acidi e porcherie
bastava calare la lenza per pescare di tutto. Oggi le acque,
comunque più pulite, sono sempre più vuote. A parte il siluro,
naturalmente: «La mia preoccupazione - dice Lorandi - è quella
di non poter più dire ai miei nipoti "Qui una volta c'erano
tanti pesci", come dicono a noi gli anziani che incontriamo
sulle rive». Intanto c'è chi organizza safari acquatici sul
Po: «Veri e propri tour operator - spiega Lorandi - che per
300 mila lire organizzano una battuta di pesca con barche e
scandagli. Sono stati i primi ad opporsi quando abbiamo
lanciato l'allarme siluro». |